top of page

Come sono uscito dal Disturbo Ossessivo Compulsivo: cosa ho capito sui pensieri intrusivi

Immagine del redattore: dantenotar
dantenotar
12 set
Tempo di lettura: 8 min

Come uscire dal Disturbo Ossessivo Compulsivo? La mia esperienza


Ho capito una cosa fondamentale: più cercavo di scacciare i pensieri, più li alimentavo.


Per anni avevo cercato di capire come uscire dal Disturbo Ossessivo Compulsivo lavorando sui pensieri: rassicurandomi, cercando il pensiero “giusto”, evitando quello “sbagliato”, cercando di sentirmi finalmente al sicuro. Poi qualcosa è cambiato.


Ho iniziato a comprendere, attraverso la mia esperienza, che il problema non era semplicemente ciò che appariva nella mia mente. Era soprattutto la mia reazione a ciò che appariva.

Ed è stato lì che ho iniziato a spostare l'attenzione dalla mente al corpo.


Il mio DOC non era semplicemente “lavarsi le mani”


Quando si parla di Disturbo Ossessivo Compulsivo, a volte viene banalizzato con frasi come: “Hai il DOC? Quindi ti lavi continuamente le mani?” oppure “Sei molto scaramantico?”.

La mia esperienza era molto diversa (e chi soffre di DOC sa benissimo di cosa sto parlando).

Facevo compulsioni di ogni tipo: accendevo e spegnevo la luce o la televisione, mi alzavo e mi sedevo ripetutamente, contavo quante volte battevo le ciglia, toccavo e ritoccavo gli oggetti.

Praticamente qualsiasi azione poteva trasformarsi in un rituale.


Se mentre facevo qualcosa compariva nella mia mente un pensiero che giudicavo negativo, sentivo di dover ripetere quella stessa azione associandola questa volta a un pensiero positivo.

Il problema era che durante il rituale poteva comparire un altro pensiero. Poi un altro ancora.

Si creavano così delle vere e proprie catene: cercavo di “risolvere” il primo pensiero e nel frattempo ne comparivano altri che sentivo di dover neutralizzare.


Potevo rimanere intrappolato nelle compulsioni per ore e, nei periodi peggiori, portarmi dietro lo stesso meccanismo per giorni.

Cominciai quindi ad evitare sempre più cose, perché qualsiasi gesto poteva diventare l'inizio di un nuovo rituale.

Uno dei pochi momenti in cui sentivo sollievo era quando dormivo, anche se spesso il DOC compariva anche nei sogni o in dormiveglia.


Il contenuto cambiava, il meccanismo rimaneva


Nel corso degli anni il contenuto delle mie ossessioni cambiava continuamente.

In alcuni periodi prevaleva la paura delle malattie. In altri comparivano pensieri aggressivi. In altri ancora rimuginio, dubbi, paure morali o spirituali.

A un certo punto mi accorsi di qualcosa.

La storia raccontata dalla mente cambiava continuamente, ma sotto sembrava esserci sempre lo stesso meccanismo.

Paura.


E soprattutto paura di ciò che avrei sentito se non avessi fatto qualcosa per neutralizzarla.

Fu allora che iniziai a vedere le compulsioni in modo diverso.

Non stavo necessariamente facendo una compulsione perché il pensiero fosse vero o perché potesse realmente accadere qualcosa.

La facevo perché in realtà non volevo sentire ciò che emergeva dentro di me quando non rispondevo al pensiero.


Non erano soltanto i pensieri: era la mia REAZIONE ai pensieri


Questa è stata una delle comprensioni più importanti del mio percorso:

non era semplicemente la presenza del pensiero a mantenere vivo il mio loop. Era il significato che gli attribuivo e il modo in cui reagivo alla sua presenza.


Pensiero positivo. Pensiero negativo. Pensiero buono. Pensiero cattivo. Pensiero accettabile. Pensiero inaccettabile.


Avevo creato una guerra interiore.

Quando compariva qualcosa che avevo classificato come “negativo”, il mio impulso immediato era eliminarlo, cambiarlo, neutralizzarlo o rassicurarmi.

Ed è proprio qui che, nella mia esperienza, si nascondeva una parte enorme del problema.

Se ogni volta che compare un determinato pensiero reagisco come se dovessi liberarmene immediatamente, sto continuando a trattarlo come qualcosa di importante e minaccioso.


L'attenzione rimane lì..la paura rimane lì. E il loop continua..


È un po' come dirti:

“Non pensare a una mela rossa.”

Cosa è appena comparso nella tua mente?

Probabilmente una mela rossa.


Nel tentativo di non pensare a qualcosa, dobbiamo in qualche modo continuare a controllare se la stiamo pensando.


Ed è così che possiamo continuare a riportare l'attenzione proprio su ciò da cui vorremmo scappare.


La compulsione come sollievo temporaneo


Cominciai anche a vedere la compulsione come una sorta di anestetico temporaneo.

  • Arrivava il pensiero.

  • mi identificavo con la storia del pensiero.

  • Sentivo paura, tensione, vuoto o disagio.

  • Facevo la compulsione.

  • Per qualche momento sentivo sollievo.

E il cervello imparava :

“Quando sentiamo questo, facciamo quello.”


Il sollievo immediato rendeva sempre più difficile non ripetere il comportamento la volta successiva.

(Ora che lo guardo dall' esterno, è come se fossi completamente dipendente da questo meccanismo..come una vera e propria dipendenza).

Ed è qui che entra, per me, anche il tema della neuroplasticità:

il nostro sistema può apprendere determinati schemi attraverso la ripetizione, ma può anche gradualmente apprendere risposte differenti.

Non significava convincermi che il pensiero fosse falso.

Significava iniziare a rispondere diversamente alla sua presenza.


Come sono uscito dal DOC?


Ho provato tantissime cose nel tentativo di stare meglio.

Ma la svolta non è arrivata quando ho trovato la tecnica perfetta per eliminare i pensieri.

È arrivata quando ho iniziato a fare due cose :


La prima è stata osservare l'identità che continuava ad alimentare il loop: cosa facevo quando arrivava un pensiero? Come reagivo? Cosa evitavo? Cosa cercavo di controllare? Dove cercavo rassicurazione? Cosa credevo che fosse vero? Cosa credevo che poteva succedere se non facevo la compulsione?

.

La seconda è stata molto più difficile:

HO INIZIATO A SMETTERE DI COMBATTERE.


Non significa che da un giorno all'altro non avessi più paura.

Significa che iniziai gradualmente a non scappare automaticamente dalla sensazione che compariva quando non facevo la compulsione.

Invece di cercare immediatamente una rassicurazione, iniziai a fermarmi.


Dal pensiero al corpo


Immagina che arrivasse nuovamente un pensiero come:

“Potrei ammalarmi.”

“Potrei morire.”

“Potrei fare del male a qualcuno.”

“Potrei fare qualcosa di terribile.”

“Dio potrebbe punirmi.”

“E se avessi fatto qualcosa senza rendermene conto?”


Prima sarei immediatamente entrato nel contenuto del pensiero.

È vero? Non è vero? Perché l'ho pensato? Cosa significa? Come posso essere sicuro?

Cominciai invece, gradualmente, a fare qualcosa di diverso.

  • Mi fermavo.

  • E diventavo curioso.

“Interessante. È arrivato di nuovo.”

Poi spostavo l'attenzione:

Cosa sta accadendo dentro di me proprio adesso?

Dove sento questa esperienza nel corpo?

Tensione?

Vuoto?

Paura?

Tristezza?

Rabbia?

Pesantezza?

Che cosa sta accadendo dentro di me?

E se, per qualche secondo, non facessi niente per cambiarla?

Se togliessi anche l'etichetta “negativa”, che cosa rimarrebbe?

Una sensazione.

Energia nel corpo.

È qui che, nella mia esperienza, ho iniziato veramente a comprendere cosa significasse sentire invece di continuare soltanto a pensare.


Smettere di combattere non significa arrendersi

All'inizio può essere estremamente scomodo. Anzi, ve lo assicuro..

Quando per molto tempo hai risposto alla paura attraverso controllo, evitamento o compulsioni, cambiare risposta non significa necessariamente sentirsi immediatamente meglio, anzi!.

Ed è importante proprio questo.

Se trasformiamo anche l'accettazione, la meditazione o qualsiasi altra pratica in:

“Faccio questo così finalmente il pensiero se ne va”


rischiamo di utilizzare una nuova pratica con la stessa vecchia intenzione: eliminare ciò che sentiamo..ecco perchè spesso dico "non importa che pratica fai, ma COME la fai".

Per questo oggi non penso che esista una “pratica magica”.

Conta moltissimo come pratichi e perché pratichi.


Non praticare necessariamente per eliminare un pensiero.

Puoi praticare per imparare a stare con te stesso anche quando quel pensiero è presente.

Non praticare soltanto per “stare bene”.

Puoi praticare per aumentare la capacità di rimanere presente anche nel discomfort, nella paura, nel vuoto, nella tristezza o nella tensione.


Pensieri positivi e negativi


Un'altra cosa che ha cambiato profondamente il mio percorso è stata mettere in discussione la necessità di classificare continuamente la mia esperienza interiore.

Per me è stato liberatorio smettere gradualmente di considerare ogni pensiero come qualcosa che dovesse essere giudicato, risolto o trasformato.

Un pensiero automatico può semplicemente comparire.

La sua presenza non definisce chi sei. Non significa che desideri ciò che hai pensato.

E non sei obbligato/a a intraprendere un'azione per neutralizzarlo.

Per me questa distinzione è stata enorme:

io non sono il pensiero automatico che appare nella mia mente.

Posso accorgermi della sua presenza senza diventare immediatamente ciò che racconta.


Il DOC ha iniziato a perdere potere quando ho cambiato risposta


Se dovessi condensare anni della mia esperienza in una frase, direi:

il DOC ha iniziato a perdere potere quando ho smesso di dedicare tutta la mia energia alla guerra contro i pensieri e ho iniziato a cambiare il mio rapporto con ciò che sentivo.

Il DOC non è nella mente, è nel corpo.

Non cercavo più continuamente di dimostrare alla mente che tutto sarebbe andato bene.

Non cercavo più la certezza assoluta.

Ho iniziato invece a creare, un passo alla volta, una risposta differente.

Questo processo ha richiesto tempo, costanza e apertura.

Ed è diventato successivamente uno dei motivi per cui mi sono interessato sempre di più alla neuroplasticità, alla connessione mente-corpo, alla consapevolezza e a ciò che oggi definisco anche alchimia trasformativa.


Se senti l'impulso di fare una compulsione


Una delle cose che imparai a fare nella mia esperienza era creare un piccolo spazio tra impulso e risposta.

Non necessariamente un'ora.

Non necessariamente dieci minuti.

Anche pochi secondi.

Accorgermi:

“Sto per fare questa cosa perché voglio eliminare ciò che sto sentendo.”

E osservare cosa accadeva dentro di me.

Questo non vuole essere una prescrizione terapeutica né sostituire un percorso clinico: sto raccontando ciò che è stato significativo nella mia esperienza personale, sto raccontando l' uscita dal disturbo ossessivo compulsivo, non attraverso una pratica, ma attraverso un cambio profondo e radicale di credo, certezze e identità.

Io non ho cambiato il pensiero, ho cambiato la persona che vedeva il pensiero.


Quello che avrei voluto sapere quando ero dentro il DOC


Oggi, dopo essere uscito da quella ragnatela, ci sono alcune cose che avrei voluto comprendere molto prima.

Non devo considerare ogni pensiero automatico come una rappresentazione di chi sono.

Un pensiero non diventa realtà semplicemente perché è comparso nella mia mente.

Più cerco continuamente di controllare se sto pensando qualcosa, più la mia attenzione rimane agganciata proprio a quel qualcosa.

Non devo necessariamente risolvere ogni sensazione che emerge nel mio corpo.

E soprattutto:

posso imparare a sentire senza dover immediatamente reagire.

Per quanto il DOC possa sembrare qualcosa di terribile, e so quanto possa portare in luoghi interiori estremamente bui, nella mia esperienza combatterlo come se fosse un mostro da distruggere non mi ha liberato.

Ho iniziato a liberarmene quando ho cominciato a comprenderne il meccanismo.


Se vuoi uscire dal DOC, impara a sentire più che a pensare


Forse è questa la frase con cui voglio lasciarti.

Per anni ho cercato qualcosa che potesse salvarmi dalla mia mente.

  • Una tecnica.

  • Una rassicurazione.

  • Un pensiero migliore.

  • Una certezza.

  • Un Guru.

Alla fine ho scoperto qualcosa di molto più semplice e, allo stesso tempo, molto più difficile:

dovevo smettere di scappare da me stesso.

Non ti serve necessariamente un'altra guerra contro la mente.

Non ti serve diventare perfetto nel controllare i pensieri.

Non ti serve eliminare ogni emozione difficile.

Serve iniziare a vedere.

Sentire.

Osservare.

Amare se stessi a prescindere da quello che la mente dice.

E cambiare, gradualmente, il modo in cui rispondi.

Perché se vuoi uscire dal DOC..e ripeto, se vuoi davvero uscire dal DOC, forse non ti serve trovare l'ennesima cosa da fare.

Servi tu.

Oggi lavoro come coach nell'ambito della neuroplasticità, della connessione mente-corpo e della consapevolezza emotiva, integrando nel mio approccio anche il lavoro che definisco Alchimia Trasformativa.

Il mio percorso nasce prima di tutto dalla mia esperienza personale con il DOC e, successivamente, con il dolore cronico, oltre che dagli studi e dalla formazione che sono arrivati negli anni successivi.

Sul mio canale YouTube OltreMente | Dante Notar [ puoi cliccare qui per il canale ] trovi altri video in cui approfondisco pensieri intrusivi, neuroplasticità, mente-corpo, consapevolezza e il mio percorso personale.

Se invece vuoi conoscere il mio approccio o richiedere una sessione individuale, trovi tutte le informazioni sul mio sito ufficiale.


DOC & dolore cronico | La mia storia : https://www.dantenotar.com/storia-e-contatti

Richiesta Incontro conoscitivo : https://www.dantenotar.com/richiestasessione

Segreria Whatsapp : +39 3516451406

Email : dantenotarofficial@gmail.com


Andiamo Oltre.





 
 
 

Commenti


bottom of page